Gli artigiani del vino

E’ all’undicesima manifestazione di Amelia Doc che incontriamo l’Abruzzo nella sua veste artigianale, così definita dai tre produttori di Loreto Aprutino, piccolo comune in provincia di Pescara a pochi kilometri dalla costa Adriatica.

Francesco Paolo Valentini, proprietario dell’omonima cantina Valentini, storica icona abruzzese che già agli arbori del XVII secolo è dedita al mondo dell’agricoltura. Stefano Papetti, produttore dell’azienda Torre dei Beati: un progetto che nasce a fine anni ’90 con l’assunzione di terreni di famiglia e la conversione in biologico. Fausto Albanesi, biodinamico al servizio della terra, “operaio e vignaiolo” della cantina De Fermo, “servitore del vino che nasce da sé”.

Un orgoglio comune affiata le tre voci, un solo credo supporta il loro lavoro: l’essere artigiano al servizio della materia. Un concetto alternativo al controverso mondo del vino naturale oggi tanto di moda, ma poco compreso dal consumatore poco attento che non guarda ai contenuti.

Ma chi è l’artigiano del vino? Che cosa fa e come traduce il suo lavoro?

Decisiva la risposta di Francesco Paolo Valentini tinta di pura passione e fermezza. L’artigiano è colui che lavora la materia, che asseconda ed interpreta il frutto della terra, che vive la sostanza nella sua essenza e che non scende a compromessi. L’artigiano è l’artista, nel suo genio sensibile che osserva, assimila, filtra e ordina in una logica interiore che poi si traduce in opera d’arte. Lavorare la materia seguendo l’andamento climatico e stagionale, nelle sue svariate sfaccettature essere sinceri con se stessi e con il consumatore finale. Tradurre l’uva in vino con il minimo interventismo, accompagnando il processo fermentativo assecondando temperature libere che possono raggiungere anche i 37°c, usufruire dei lieviti indigeni contenuti nell’uva, unici veri marcatori territoriali, traduttori sinceri del concetto di terroir. Fare vino con pazienza, osservando ogni minimo dettaglio e non lasciando nulla al caso.

All’artigiano non servono certificazioni, la sua è una scelta consapevole da offrire solo a quel consumatore attendo e sensibile.

In un mondo centrato sul protagonismo del branding dei flussi economici che vedono sempre più il consumatore dettare le regole del gioco, la sopravvivenza dell’artigianalità risulta quanto più importante. Solo il produttore, interprete e creatore, può offrire un altro punto di vista guardando al risultato finale senza scendere a compromessi di alcuna sorta. Come giustamente osserva Valentini, l’essere artigiano preclude una responsabilità verso se stessi e verso gli altri: è un atto di onestà che non può essere servitore di mode passeggere. La natura non è una moda, le stagioni nelle più svariate sfaccettature devono sapersi raccontare attraverso il vino. Standardizzare il prodotto per seguire un gusto comune significa de-naturalizzare quello che l’annata voleva raccontarci nel suo essere bello, nelle situazioni felici, e nel suo essere brutto, in quelle in cui l’andamento climatico ha richiesto uno sforzo ulteriore.

Ed in effetti sotto questa luce illuminante e profonda che parlano i vini di tutti e tre i produttori.

Il primo campione proposto è un Pecorino in purezza figlio dell’annata 2015. “Giocheremo con i fiori” il nome del vino non a caso scelto proprio per l’aromaticità che il bicchiere offre: alla foglia di limone si accompagna il gelsomino bianco e nella trama agrumata s’intreccia la spinta acida ed una materia sostenuta dalla scelta di lasciare il vino sulle fecce fini per dare carica autolitica e briosità dinamica in bocca.

Il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini è l’annata 2012 vinificato in botte grande di legno di Slavonia: potente l’impatto olfattivo che non lascia spazio ad aromaticità di frutto e fiore, ma rivela sensazioni quasi idrocarburiche, la canna di fucile unita ad una nespola gialla fresca. Il vino è profondo, misterioso, ricco di sostanza estrattiva. I caldi dell’annata 2012 hanno portato a maturazione zuccherina le uve, la vendemmia è stata anticipata, ma oggi sempre più maturità fenolica e maturità zuccherina non coincidono e l’aspetto preoccupante è l’osservare uno scompenso naturale frutto del cambiamento climatico a cui aimè l’uomo moderno ha contribuito.

Francesco Paolo denuncia a cuore aperto la sua preoccupazione verso un futuro vitivinicolo a cui personalmente penso dovremo dare delle risposte trovando soluzioni alternative per non soccombere al negativismo e all’immobilità.

I cerasuoli che seguono nascono da scelte enologiche diverse. “Le cince” 2015, dell’azienda De Fermo, presenta un colore che più ricorda la natura del cerasuolo: Stefano lascia le bucce a contatto per qualche ora estraendo colore dall’uva Montepulciano. L’acidità affilata come una lama sostiene un vino verticale che viaggia come un treno ad alta velocità. Sanguineo, succoso, con punte di bacca rossa selvatica, è sorretto da sostanza materica che lo rende versatile e dinamico nelle nostre tavole quotidiane.

Petalo di rosa, invece, il Cerasuolo di Valentini 2014, più vicino ai colori dei vini provenzali. La vinificazione del Montepulcino è fatta in bianco ed il rosa pallido che ne deriva è frutto del mosto fiore. La componente floreale vuole essere protagonista sorretta da una spalla acida che racconta l’annata 2014. C’è meno materia in bocca, ma tanta freschezza ed ancora una volta è quella facilità di beva che ammalia ed incanta.

La batteria si chiude con due rossi da uve Montepulciano: “Prologo” 2011 è figlio di una vinificazione in vecchie vasche di cemento della cantina De Fermo. Amico dell’ossigeno, così definito dal suo autore, rimane a tini aperti dopo la fermentazione. L’attenta osservazione del vino ha portato a capire che non si poteva chiudere la materia ricavata all’interno di serbatoi, il vino aveva ancora bisogno di tempo, dinamico e vibrante, andava assecondato. La matrice scura come l’inchiostro tinge di rosso le pareti del bicchiere, la dominante olfattiva ci racconta di terra, frutto scuro e ferro, anche qui ritrovo quella nota sanguinea, intrisa di spezie. Non manca la freschezza ed un tannino dalla trama fitta e compatta.

“Mazzamurello” 2011 è l’ultimo vino che ci viene proposto di Torre dei Beati. Vinificato con l’utilizzo di barrique e ripetuti batônnage esprime un frutto tinto di sentori vanigliati, spezie dolci con accenni floreali. Deciso il tannino ancora non perfettamente composto, il vino ha bisogno di tempo, e la trama tannica si discosta in un viaggio assolo.

 

Grazie artigiani del “savoir faire”, grazie Amelia Doc, grazie Giampaolo Gravina per questo viaggio intimo nel cuore di Loreto Aprutino e dei suoi protagonisti difensori di un concetto di artigianalità che oggi accolgo con immenso piacere pensando che forse proprio questo termine conia al meglio un flusso di vini alternativi all’industria.

Accolgo anche l’invito di visitare il piccolo comune di Loreto Aprutino per conoscere nell’essenza di quanto il bicchiere ha saputo tradurre. Il loro è un invito sincero, un gesto di coraggio in un mondo della globalizzazione che tutto sta omologando anche il nostro tanto amato vino.

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